Espatriati: notizie dal mondo /it/expat-mag/ Il magazine per gli espatriati [DESTINATIONCOMPLETE]: giornale online con notizie internazionali, informazioni per progettare un espatrio, interviste. Tutto quello che devi sapere per vivere all'estero. Articoli it Wed, 27 May 2026 10:00:00 +0200 Zero tasse all'estero: il sogno fiscale può diventare una trappola Vivere in un paese senza pagare le tasse: un sogno per molti espatriati che scelgono la destinazione proprio in base alla politica fiscale locale. Ma esiste davvero il paese a "zero tasse" per gli stranieri? Quali sono i rischi finanziari nascosti a cui bisogna fare attenzione?

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Vivere in un paese senza pagare le tasse: un sogno per molti espatriati che scelgono la destinazione proprio in base alla politica fiscale locale. Ma esiste davvero il paese a "zero tasse" per gli stranieri? Quali sono i rischi finanziari nascosti a cui bisogna fare attenzione?

Quali sono i paesi con « zero tasse sul reddito» nel 2026?

Trasferirsi all'estero per pagare meno tasse: non è una novità. La prospettiva infatti attrae sempre più persone che progettano un trasferimento, in particolare le più facoltose. I vari Stati ne sono consapevoli e si contendono l'arrivo di stranieri ad alto reddito.

Gli Emirati Arabi Uniti (EAU), il Qatar, il Kuwait, l'Arabia Saudita, l'Oman, il Bahrain, le Isole Cayman, le Isole Vergini Britanniche, il Brunei, il Vanuatu, Saint Kitts e Nevis e le Bahamas figurano tra i paesi che non applicano imposte sul reddito delle persone fisiche. In altri termini: i redditi percepiti in questi territori non sono soggetti a tassazione.

Alcune particolarità

  • Monaco: nessuna imposta sul reddito delle persone fisiche ad eccezione dei cittadini francesi.
  • Arabia Saudita: l'esenzione fiscale sul reddito riguarda i lavoratori stranieri impiegati nel paese, in particolare nei settori della sanità, del petrolio, del gas, delle costruzioni e dell'istruzione: i loro stipendi sono esenti da imposte.
  • Bermuda: i lavoratori dipendenti percepiscono lo stipendio intero, ma le imprese sono tenute a versare un'imposta sulle retribuzioni corrisposte.

Esenzioni: quali imposte sono interessate?

Se gli espatriati più abbienti apprezzano così tanto questi paesi, è perché la loro politica fiscale consente di non pagare una serie di imposte: l'imposta sul reddito, ma anche l'imposta sulle plusvalenze (i profitti realizzati dalla vendita di immobili o di attività finanziarie), le tasse di successione (gli eredi sono esenti da tassazione) e l'imposta patrimoniale (il patrimonio degli espatriati non è soggetto a imposta). Gli espatriati titolari di un'impresa possono inoltre sfuggire all'imposta sulle società.

Tutto dipende, naturalmente, dalla normativa specifica del paese di destinazione. Il Vanuatu, ad esempio, non applica imposte sul reddito delle persone fisiche, sulle plusvalenze e sulle successioni, e non prevede nemmeno un'imposta sulle società. In Qatar non esiste alcuna imposta sul reddito delle persone fisiche; tuttavia lo Stato ha introdotto un'imposta sulle società, pari al 10%, sugli utili realizzati localmente dalle società straniere.

Espatrio in un paese fiscalmente vantaggioso: attenzione ai rischi finanziari

Trasferirsi in un «paradiso fiscale» non è privo di rischi. L'esenzione fiscale nel paese di destinazione non solleva l'espatriato dagli altri obblighi, in particolare quelli nei confronti del paese d'origine.

Residenza fiscale e tassazione

L'espatrio non comporta necessariamente un cambio di residenza fiscale. Qualora la residenza fiscale dell'espatriato rimanga nel paese d'origine, questi continuerà a essere tassato in tale paese, inclusa l'imposta sul reddito, se prevista dalla normativa locale. Per evitare la doppia imposizione, numerosi paesi hanno stipulato convenzioni contro la doppia tassazione. È consigliabile rivolgersi a un esperto di fiscalità internazionale per verificare quali redditi saranno considerati «di fonte estera» o «di fonte locale» e quale regime fiscale sarà applicato.

Imposte di successione applicabili nonostante l'espatrio

La residenza fiscale degli eredi può incidere sulle imposte di successione anche in caso di espatrio. Un erede non fiscalmente residente nel proprio paese d'origine potrebbe, ad esempio, essere tenuto a pagare imposte sia nel paese d'origine sia in quello di residenza; tutto dipende dalle convenzioni in vigore tra i due Stati (convenzione contro la doppia imposizione). In assenza di tali accordi, l'espatriato rischia di subire una doppia tassazione.

Exit tax

Cedere il proprio patrimonio prima di trasferirsi all'estero non è necessariamente la scelta più conveniente. In alcuni Paesi esiste infatti l'exit tax, un'imposta sulle plusvalenze latenti relative, per esempio, ad azioni o quote societarie, anche quando questi asset non sono ancora stati venduti. È una misura pensata proprio per evitare che chi si trasferisce all'estero sottragga determinati beni alla tassazione del Paese di partenza.

Paesi senza imposta sul reddito: attenzione alle imposte indirette

Chi valuta un trasferimento all'estero per ottimizzare le proprie entrate se lo chiede spesso: davvero zero imposte sul reddito significa pagare meno tasse? Non sempre. In alcuni Paesi, l'assenza di imposte sul reddito può essere compensata da altri costi o prelievi meno evidenti. La realtà, quindi, può essere meno vantaggiosa di quanto sembri a prima vista. I rischi finanziari esistono e richiedono prudenza, soprattutto per imprenditori e investitori espatriati.

IVA e accise: quali paesi le applicano?

Trasferirsi in un paese fiscalmente molto favorevole non significa smettere definitivamente di pagare tasse. Alcuni dei «paradisi fiscali» più ambiti dagli espatriati applicano un'imposta indiretta a carico di tutti i contribuenti: l'imposta sul valore aggiunto (IVA) e/o le accise, ossia imposte specifiche che gravano su determinati beni di consumo.

Dal 2018, gli EAU applicano un'IVA del 5% e accise sulle bevande zuccherate, sulle bevande energetiche e sul tabacco. Lo Stato prevede tuttavia possibili per gli stranieri che ne hanno diritto.

Anche altri paesi del Golfo hanno reintrodotto l'IVA:

  • Arabia Saudita: dal 1° luglio 2020, con comprese tra il 50% e il 100%, applicate in particolare alle bevande gassate (50%), alle bevande energetiche (100%) e al tabacco.
  • Oman: 5% dal 2021, con Ìýdel 100% su tabacco e prodotti derivati, bevande energetiche, prodotti contenenti carne di maiale e alcolici. Le bevande zuccherate sono tassate al 50%.
  • Bahrain: 10% dal , con Ìýdel 100% su tabacco e bevande energetiche, e del 50% sulle bevande zuccherate.

Le Bahamas, il Vanuatu e Monaco applicano anch'essi un'IVA ordinaria (rispettivamente del 10%, del 15% e del 20%). Dopo una riduzione dell'IVA al 13% nel febbraio 2025, Saint Kitts e Nevis è tornata ad applicare un'aliquota del 17% da luglio 2025.

Non è prevista IVA in Kuwait, Brunei, Isole Cayman, Isole Vergini Britanniche e Qatar. Quest'ultimo ha promulgato una legge sull'IVA nel 2018, con un'entrata in vigore prevista, inizialmente, nel 2026; ad oggi non è stata ancora fissata alcuna data ufficiale di applicazione.

Imposte prelevate sulle società straniere

Alcuni Paesi tassano anche le società straniere. È il caso, per esempio, di Emirati Arabi Uniti, Andorra, Bahrain, Monaco, Saint Kitts e Nevis e Qatar. Questo non significa però che il loro quadro fiscale sia necessariamente sfavorevole: molti di questi Stati continuano a offrire condizioni interessanti per attrarre investitori e imprenditori stranieri, anche attraverso zone franche dedicate alle imprese estere. In Qatar, per esempio, le società straniere insediate in una possono beneficiare di un'esenzione fiscale di 20 anni. Monaco applica invece un'imposta del 25% alle società straniere che realizzano oltre il 25% del proprio fatturato fuori dal Principato. Dal 2023, gli Emirati Arabi Uniti applicano una corporate tax del 9% sugli utili societari superiori a 375.000 dirham emiratini, pari a circa 102.110 dollari.

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Wed, 27 May 2026 10:00:00 +0200 /it/expat-mag/12698-zero-tasse-allestero-attenzione-alle-trappole-che-vi-aspettano.html /it/expat-mag/12698-zero-tasse-allestero-attenzione-alle-trappole-che-vi-aspettano.html
Espatrio: conviene scegliere una banca online? Le banche online e le neobanche si presentano come la soluzione ideale per gli espatriati: apertura del conto in pochi clic, gestione completamente digitale e accesso da qualsiasi luogo almeno in teoria. Ma quali sono i reali vantaggi e i limiti di questi servizi bancari? E a cosa devono fare attenzione gli espatriati?

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Le banche online e le neobanche si presentano come la soluzione ideale per gli espatriati: apertura del conto in pochi clic, gestione completamente digitale e accesso da qualsiasi luogo almeno in teoria. Ma quali sono i reali vantaggi e i limiti di questi servizi bancari? E a cosa devono fare attenzione gli espatriati?

Banche online e neobanche: sistemi pensati per gli espatriati?

Le banche online e le neobanche attraggono un numero crescente di espatriati. Vale la pena fare una distinzione: le banche online sono istituti finanziari digitali che fanno capo a banche tradizionali (con personale e filiali fisiche), mentre le neobanche sono interamente digitali (N26, Revolut, bunq ).

Per gli espatriati, i vantaggi di una banca online o di una neobanca sono molteplici. Entrambe le soluzioni sono più semplici da gestire dall'estero e offrono accesso a una gamma più o meno ampia di valute, a seconda del paese di destinazione. Ogni sistema presenta poi vantaggi specifici. Le banche online trasmettono maggiore sicurezza, poiché si appoggiano a un istituto tradizionale: questo le rende adatte anche a investimenti di una certa entità, come l'acquisto di un immobile.

Le neobanche, invece, sono progettate per adattarsi al meglio alla vita di un espatriato, e in particolare alle esigenze di chi viaggia frequentemente. La loro struttura, ancora più flessibile di quella delle banche online, genera costi inferiori e consente di gestire conti multivaluta ovunque ci si trovi a condizione di disporre di una buona connessione Internet e di poter effettivamente accedere ai servizi bancari.

Banche online e neobanche: i limiti

Ogni soluzione bancaria ha i propri punti di forza e le proprie criticità. Le banche online e le neobanche non fanno eccezione.

Sito bancario bloccato dal paese di residenza

Capita più spesso di quanto si pensi: ci si ritrova all'estero senza riuscire ad accedere alla propria banca online o neobanca. In questi casi, il problema non è la connessione Internet. La causa è un'altra: per ragioni di sicurezza, la legislazione locale può bloccare l'accesso ai siti stranieri, e le banche online e le neobanche non sono esenti da questa restrizione. Il risultato è che gli espatriati si trovano impossibilitati ad accedere al proprio conto.

Difficoltà nel ricevere lo stipendio

Un'altra criticità vissuta dagli espatriati riguarda la ricezione dello stipendio sul proprio conto online o neoconto. Può accadere che il datore di lavoro estero non riconosca il conto online, oppure che l'accredito dello stipendio risulti più difficoltoso rispetto a un conto tradizionale. Questa situazione complica notevolmente la gestione quotidiana delle finanze. Anche il deposito di contante e l'esecuzione di operazioni ordinarie possono risultare più laboriosi con un conto online.

Limiti nell'accesso al credito

Acquistare un immobile, un'auto Come realizzare un investimento importante quando sei un espatriato? Le banche online e le neobanche non sono sempre attrezzate per gestire questo tipo di operazioni finanziarie e, laddove lo siano, operano con soglie limitate. La neobanca N26, ad esempio, eroga prestiti tramite il partner Younited fino a un massimo di 50.000 : un limite importante per chi intende affrontare un acquisto di una certa entità, come quello di un immobile.

Investimenti finanziari

L'assicurazione vita e l'investimento immobiliare sono i due strumenti preferiti dagli espatriati. L'accesso a prodotti di investimento (polizze vita, libretti di risparmio ) è possibile tramite le banche online, che fanno capo a istituti tradizionali e possono quindi proporre la stessa gamma di prodotti della propria «banca madre». Esistono anche neobanche che offrono servizi di investimento gestiti attraverso partner specializzati: bunq, ad esempio, si avvale di Gimon, istituto finanziario tedesco.

Assenza di un consulente personale

Chi vuole fare investimenti durante l'espatrioÌýha spesso bisogno di un consulente bancario di riferimento. Questa esigenza può emergere anche per questioni meno complesse. Le banche online, e ancora di più le neobanche, funzionano però senza questa figura. In caso di difficoltà, l'espatriato rischia quindi di dover gestire tutto da solo. Gli strumenti di assistenza online esistono, ma non sempre sono adeguati alle esigenze specifiche di chi vive all'estero.

Attenzione alle truffe

La crescita delle neobanche è sotto il mirino dei truffatori. Esistono operatori che propongono soluzioni bancarie spesso allettanti, con vantaggi apparenti e promesse di guadagni consistenti, ma privi di qualsiasi autorizzazione. Gli espatriati rischiano di essere raggirati, senza alcuna possibilità di recuperare il proprio denaro.

Banche online e neobanche: cosa valutare prima di decidere

Vuoi passare al digitale prima o durante l'esperienza all'estero? Prima di procedere, dovresti adottare alcune precauzioni:

  • Verificare che la banca online o la neobanca disponga di una licenza bancaria e non soltanto di un'autorizzazione come istituto di pagamento. Un istituto con licenza bancaria può offrire l'intera gamma di prodotti e servizi di una banca tradizionale, mentre un istituto autorizzato come operatore di pagamento non può concedere scoperti di conto. Attenzione: alcune società poco affidabili propongono prestiti e altri prodotti bancari pur essendo prive di qualsiasi autorizzazione.
  • Assicurarsi che l'applicazione bancaria sia effettivamente accessibile nel paese di destinazione, senza restrizioni. È utile informarsi presso espatriati già presenti sul posto riguardo alle banche online e alle neobanche raggiungibili dall'estero.
  • Considerare una soluzione ibrida: è del tutto possibile trasferirsi all'estero mantenendo il proprio conto tradizionale e aprendo contestualmente altri conti nel paese di destinazione, online e/o fisici. L'amministrazione fiscale deve naturalmente essere a conoscenza dell'esistenza di questi conti bancari.
  • Fare uso di una VPN con la dovuta cautela, verificando innanzitutto che il paese di residenza ne consenta l'utilizzo. In Thailandia e in Francia, ad esempio, la VPN è legale a condizione di non farne un uso illecito, mentre in Cina è vietata.
  • Valutare con attenzione le proprie abitudini e il proprio profilo: a cosa servirà il conto online o il neoconto? Sarà utilizzato esclusivamente per ricevere denaro? Il progetto di espatrio prevede spostamenti frequenti? Definire il proprio profilo, esigenze e aspettative è il modo migliore per scegliere la soluzione bancaria più adatta.

Link utili:

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Mon, 25 May 2026 10:00:00 +0200 /it/expat-mag/12690-neobanche-per-espatriati-soluzione-pratica-o-trappola.html /it/expat-mag/12690-neobanche-per-espatriati-soluzione-pratica-o-trappola.html
Come spostarsi in tempi di crisi del carburante: parola agli expat «Non appena questa guerra sarà finita, i prezzi del carburante crolleranno», ha dichiarato Donald Trump. Il presidente americano crede nelle sue «ottime possibilità» di raggiungere un accordo con l'Iran, pur dicendosi pronto ad attaccare in caso contrario. Nel frattempo, i prezzi alla pompa continuano a battere record in tutto il mondo, pur con variazioni a seconda degli Stati. Come vivono gli espatriati questa situazione? Come gestiscono i loro spostamenti? La community di condivide le sue esperienze.

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«Non appena questa guerra sarà finita, i prezzi del carburante crolleranno», ha dichiarato Donald Trump. Il presidente americano crede nelle sue «ottime possibilità» di raggiungere un accordo con l'Iran, pur dicendosi pronto ad attaccare in caso contrario. Nel frattempo, i prezzi alla pompa continuano a battere record in tutto il mondo, pur con variazioni a seconda degli Stati. Come vivono gli espatriati questa situazione? Come gestiscono i loro spostamenti? La community di condivide le sue esperienze.

Meno auto, più bicicletta e trasporti pubblici

Che si trovino nelle Filippine, in Portogallo, in Indonesia o in Vietnam, gli espatriati condividono lo stesso punto di vista: di fronte all'impennata dei prezzi dei carburanti, la scelta migliore è limitare l'uso dell'auto e privilegiare la bicicletta e i mezzi pubblici. È quello che ha scelto François, espatriato nelle Filippine. «Uso l'auto solo per andare al mercato; ho anche un triciclo elettrico che ho costruito io stesso e che utilizzo per gli spostamenti in loco.» Il triciclo è la scelta anche di un altro espatriato, che constata come il prezzo «non sia cambiato. Restano sempre 15 pesos filippini a persona».

Altri espatriati puntano sulla bicicletta, come Moetai, che vive in Portogallo: «Abbiamo ordinato una bicicletta elettrica a condensatore in Francia. Non servono prese elettriche né garanzia. Non costa poco, ma con questa inflazione...» È anche la scelta di Lennerd: «Per spostarmi a Ho Chi Minh utilizzo la mia bici a pedalata assistita». L'espatriato pensa inoltre ai professionisti colpiti dalla crisi. «Quando prendo un Grab (applicazione che permette di prenotare un'auto o un moto-taxi) o un taxi, lascio una mancia di almeno il 20% per aiutare gli autisti a far fronte all'aumento del prezzo del carburante e al tetto sulle tariffe imposto dal governo.»

La bicicletta non è però sempre la soluzione più economica. Lo ricorda un espatriato per il quale la bici in Indonesia è poco pratica: «[ ] Pochissimi indonesiani possiedono una bicicletta o potrebbero permettersi questa spesa supplementare.»

Metodi di spostamento: una questione di costo e di tranquillità

Differenza di reddito tra locali ed espatriati: per Ajairon, «confrontare i prezzi per i locali e per gli espatriati è relativo». Espatriato in Vietnam, spiega: «Lo stipendio base è di 420 dollari, contro un costo della vita di 600 dollari (per una famiglia modesta di 4 persone). La maggior parte delle persone utilizza scooter da 110 cm³, che costano circa 1.400 dollari e consumano 2 litri ogni 100 km.» Il prezzo del carburante è «di un dollaro» per questo tipo di scooter, «cioè solo 0,15 centesimi in più rispetto a tre mesi fa». Per l'espatriato, il problema riguarda gli autobus pubblici: «[...] hanno tutti 22 posti, fino a 35 quando sono pieni. La frequenza è di 10 minuti, dalle 5 alle 20. Il prezzo è inferiore a 0,25 dollari. Personalmente non capisco perché il Vietnam non preveda di aumentare la frequenza degli autobus pubblici.»

Jrharvey, che «possiede una moto elettrica dall'inizio del 2023», constata che «la rete di autobus a Ho Chi Minh è davvero efficiente. Molti autobus sono nuovi di zecca e molto puliti. Inoltre, l'aria condizionata funziona generalmente bene». Se ha iniziato a prendere l'autobus non è per l'impennata dei prezzi del carburante, ma piuttosto per ragioni di sicurezza e tranquillità. «Mia moglie e io utilizziamo l'autobus e la metropolitana da quando lei è incinta, dall'inizio dell'anno scorso. Si trattava soprattutto di sicurezza e di evitare la strada, più che di preoccuparsi del prezzo della benzina.» Il vantaggio: «avere una fermata dell'autobus proprio davanti al nostro appartamento, che ci permette di raggiungere la metropolitana in cinque minuti circa: una vera fortuna!» Il suo rammarico: «l'assenza di un sistema di geolocalizzazione in molti autobus».

Trasporti pubblici gratuiti, una soluzione all'impennata dei prezzi dei carburanti?

E se la soluzione fossero gli autobus gratuiti? Austria, Francia, Lussemburgo, Spagna... Sempre più Paesi offrono trasporti pubblici gratuiti. La mossa mira a limitare l'utilizzo dei veicoli privati, consentendo al tempo stesso a un maggior numero di persone di spostarsi.

Sarà il Vietnam il prossimo della lista? Phap Tri precisa che Ho Chi Minh «prevede la gratuità totale degli autobus su 35 linee urbane e l'eliminazione completa dei veicoli a combustione, sostituiti da veicoli 100% elettrici in un prossimo futuro». Ricorda inoltre che il «VinBus è il mezzo di trasporto privilegiato» perché molto economico.

Altri espatriati sottolineano che, dato che i prezzi alla pompa non sono aumentati di molto, i trasporti pubblici restano comunque un buon affare. È la constatazione di un altro espatriato in Indonesia: «I trasporti pubblici sono generalmente buoni». Una constatazione confermata da un suo connazionale, che teme tuttavia «la calma prima della tempesta». Nel frattempo Daniella, che vive in Portogallo, ha trovato il suo equilibrio: «la camminata e i mezzi pubblici».

Veicolo elettrico o ibrido

Di fronte all'impennata dei prezzi alla pompa, il veicolo elettrico si presenta come la soluzione economica ed ecologica. La crisi attuale va infatti a favore delle auto elettriche, che attirano un numero crescente di automobilisti. Futura espatriata in Portogallo, Sandra ci sta pensando: «Stiamo valutando con mio marito l'acquisto di un'auto elettrica e ci stiamo preparando al nostro arrivo in Algarve per l'estate 2027». Un espatriato in Portogallo le suggerisce di utilizzare l'«auto elettrica per i tragitti brevi».Ìý

Un altro espatriato spera di approfittare della vicinanza con la Spagna per pagare meno alla pompa: «Tavira si trova a 30 km dalla Spagna, quindi facciamo il pieno lì, a 1,57 /l. E per i tragitti brevi auto ibrida». Espatriato in Thailandia, anche Laurent ha optato per l'ibrida. Sa di essere «privilegiato» e pensa alle «persone modeste, i fattorini, gli autisti e tutti gli altri che devono fare chilometri ogni giorno e sono fortemente colpiti». Come Lennerd, lascia sistematicamente una mancia a chi gli effettua consegne. Laurent aggiunge: «quando si ha la fortuna di avere una situazione finanziaria dignitosa, non bisogna mai dimenticare chi non ha la stessa fortuna, e aiutare nel proprio piccolo».

Quando lo scooter è indispensabileÌý

Per un certo numero di espatriati la soluzione «anti-impennata dei prezzi» è lo scooter elettrico. Lo conferma Alexander, espatriato in Brasile: «Mi sposto in scooter elettrico, consuma pochissima benzina». Proprietario di un «piccolo scooter» da due anni, Kurterino, che vive anche lui in Brasile, non rimpiange la sua scelta: «È un 125 cm³, quindi davvero pratico per i tragitti brevi. È comodo, anche se poco pratico quando si trasporta un passeggero [ ] Il mio è giallo, e non è un caso: ho percorso migliaia di chilometri in auto a noleggio e volevo un veicolo dal colore vivace per essere individuato più facilmente. Il vantaggio è che il prezzo della benzina non ha troppa importanza. Spendo meno di 200 reais al mese, facendo tragitti brevi quasi tutti i giorni. È così poco che fino ad ora non ci avevo nemmeno fatto caso. Uso anche Uber abbastanza spesso».

Espatriato in Vietnam, Aidan è un appassionato di moto: «Grazie all mia Honda XR150-L 150 cm³ non noto il leggero aumento del prezzo del carburante. Sono trenta o quarant'anni che non prendo l'autobus. Fa decisamente troppo caldo qui per pensare alla bicicletta. E visto il mio modo di guidare, la troverei troppo lenta».

Scegliere l'elettrico è davvero economico?

Optare per l'elettrico, sì, ma a che prezzo? È l'interrogativo che solleva Julien. Espatriato a Mauritius, spiega: «Impossibile rinunciare all'auto a Mauritius, anche solo per accompagnare i bambini a scuola la mattina, a qualche chilometro di distanza, e poi andare al lavoro a Port-Louis (20-25 km); guido da qualche tempo un'auto elettrica, quindi non sono toccato dal prezzo della benzina, ma da quello dell'elettricità». Sulla stessa linea, un altro espatriato solleva un dubbio: «Ho visto che ci sono pochi punti di ricarica elettrica a Mauritius». Conferma tuttavia che «l'auto elettrica dovrebbe risultare più conveniente» viste le «distanze ridotte da percorrere a Mauritius».

Costo dell'elettricità, punti di ricarica... Sono gli stessi interrogativi che preoccupano anche Sandra, futura espatriata in Portogallo, che si domanda se «si trovino facilmente colonnine di ricarica o supercaricatori in Algarve».

Soluzione Uber

In Brasile alcuni espatriati hanno fatto i loro calcoli: tra l'auto privata e Uber, meglio optare per il secondo. È l'opzione adottata da Tiomark. Anche Al utilizza Uber e conferma la sua scelta nonostante un possibile rincaro delle tariffe: «Usiamo Uber e ci aspettiamo un aumento delle tariffe dato il rincaro del carburante. E' comunque più economico per noi che possedere un'auto, perché il costo del carburante sarebbe in ogni caso lo stesso».

Impennata dei prezzi dei carburanti: in attesa dell'uscita dalla crisi...

Se per un certo numero di espatriati l'impennata dei prezzi dei carburanti ha comportato un cambiamento del modo di spostarsi, per altri le cose non sono cambiate. È il caso di Jean-Luc, Michel e di altri espatriati in Thailandia. La ragione è semplice: non guidano «moltissimo». Camminare di più, guidare di meno, passare all'elettrico, scegliere la bicicletta, la moto o lo scooter elettrici o tradizionali, prendere l'autobus... La varietà di scelte per non subire l'impennata dei prezzi alla pompa non deve far dimenticare le altre questioni: l'accesso ai metodi di spostamento più economici ed ecologici, le differenze di reddito tra le popolazioni o, ancora, le misure messe in atto dagli Stati per attenuare l'impatto della crisi dei carburanti sul potere d'acquisto delle famiglie più modeste.Ìý
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Fri, 22 May 2026 10:00:00 +0200 /it/expat-mag/12705-come-fronteggiare-lesplosione-dei-prezzi-del-carburante-allestero.html /it/expat-mag/12705-come-fronteggiare-lesplosione-dei-prezzi-del-carburante-allestero.html
Cumulare lavoro e pensione in Francia: cosa cambia nel 2027 I dibattiti che hanno a lungo animato la scena politica francese hanno quasi ignorato questa riforma silenziosa. Passata inosservata, inasprisce tuttavia il sistema del cumulo lavoro-pensione.

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I dibattiti che hanno a lungo animato la scena politica francese hanno quasi ignorato questa riforma silenziosa. Passata inosservata, inasprisce tuttavia il sistema del cumulo lavoro-pensione.

Espatriati in Francia: cumulare lavoro e pensione presto non sarà più così conveniente

La legge di finanziamento della Previdenza sociale per il 2026 entrerà in vigore il 1° gennaio 2027. Da quella data, le regole del cumulo lavoro-pensione cambieranno. Per il momento, continuano a coesistere:

  • il cumulo integrale: nessun tetto massimo di reddito, a determinate condizioni (raggiungimento dell'età legale di pensionamento, pensione liquidata per intero...).
  • il cumulo con tetto massimo: l'importo complessivo di stipendio e pensione è soggetto a limiti. Il cumulo è possibile anche senza aver maturato la pensione piena, ma è soggetto a un tetto pari al 160% dello SMIC lordo nel 2026 (2.916,85 lordi al mese nel 2026), oppure alla media delle tre mensilità lorde precedenti il pensionamento. Viene applicata la formula più vantaggiosa per il beneficiario.

Nota importante: per cumulare lavoro e pensione presso l'ultimo datore di lavoro è necessario attendere 6 mesi. In caso di ripresa dell'attività lavorativa presso lo stesso datore di lavoro prima di questo termine, la . Il periodo di carenza non si applica, invece, in caso di cambio di datore di lavoro.

Cumulo lavoro-pensione: le novità dal 2027

La riforma inasprisce le condizioni del cumulo lavoro-pensione. L'età di pensionamento diventa il criterio principale, anteponendosi al raggiungimento della pensione piena. Si prospettano 3 scenari:

  • Pensionamento prima dell'età legale: il cumulo lavoro-pensione non è consentito.
  • Pensionamento tra l'età legale e i 67 anni: è possibile cumulare lavoro e pensione senza periodo di carenza, anche restando presso lo stesso datore di lavoro. La pensione sarà tuttavia ridotta al 50% sui redditi che superano il tetto stabilito per decreto (7.000 euro l'anno).
  • Pensionamento a partire dai 67 anni: il cumulo lavoro-pensione è ammesso senza restrizioni, con la possibilità di maturare persino una seconda pensione.

A fine 2025, erano oltre 700.000 le persone che cumulavano pensione e lavoro. Il sistema riscuote un notevole successo, in particolare nei periodi di crisi economica, poiché spinge i lavoratori a restare attivi il più a lungo possibile, rinviando così l'attivazione dei propri diritti pensionistici. Il governo ritiene che la riforma consentirà di ridurre la spesa previdenziale. Gli economisti si mostrano più cauti: temono un impoverimento dei pensionati, ma anche ricadute negative sui conti pubblici.

Collegamento utile:



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Thu, 21 May 2026 08:00:00 +0200 /it/expat-mag/12674-espatriati-in-francia-cosa-cambia-per-il-cumulo-lavoro-pensione.html /it/expat-mag/12674-espatriati-in-francia-cosa-cambia-per-il-cumulo-lavoro-pensione.html
Si possono prendere tutte le ferie lavorando all'estero? Mentre alcuni esitano a prendere le ferie per paura di essere sostituiti dall'IA, altri ci tengono a godersi ogni giorno di vacanza fino all'ultimo. E nel tuo Paese d'espatrio? La cultura del lavoro ti permette di organizzare le ferie come preferisci? Cosa prevede la legge?

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Mentre alcuni esitano a prendere le ferie per paura di essere sostituiti dall'IA, altri ci tengono a godersi ogni giorno di vacanza fino all'ultimo. E nel tuo Paese d'espatrio? La cultura del lavoro ti permette di organizzare le ferie come preferisci? Cosa prevede la legge?

Lavorare all'estero: ferie e congedi a confronto

È un motivo in più, da aggiungere ad altri, per scegliere l'Europa come destinazione lavorativa. Il Vecchio Continente è rinomato per la generosità in materia di ferie retribuite. L'Estonia vince su tutti, con 28 giorni all'anno. Il Lussemburgo (26 giorni), l'Austria, la Danimarca, la Svezia e la Francia seguono a ruota (25 giorni). Poi ci sono Finlandia, Germania e Malta. Gli altri paesi europei oscillano tra 20 e 22 giorni di ferie annuali, senza contare i giorni festivi.

Gli espatriati che lavorano nell'Unione europea beneficiano di un quadro normativo favorevole: nei paesi UE i lavoratori hanno diritto ad almeno 4 settimane di ferie retribuite all'anno. Questo numero di giorni non dipende dall'anzianità lavorativa, ma si applica a tutti indistintamente.

La cultura delle ferie: il peso della legge

Il quadro normativo contribuisce a spiegare la cultura delle ferie nei paesi UE: le ferie fanno parte integrante della vita professionale. Di norma vengono fruite per intero, distribuite nel corso dell'anno o concentrate in un unico periodo. In Francia, ad esempio, le ferie estive ricoprono un ruolo particolare. Non è raro vedere lavoratori dipendenti prendere due o tre settimane di ferie in luglio e agosto. Quel periodo coincide con un rallentamento dell'attività di molte aziende, ad eccezione di alcuni settori come il turismo e il tempo libero, il che favorisce ulteriormente la fruizione delle ferie.

Altri paesi nel mondo dispongono di un quadro legislativo che prevede almeno 4 settimane di ferie annuali, come il Regno Unito (28 giorni). Al contrario, le ferie retribuite sono molto più rare nelle Filippine (5 giorni all'anno), in Messico e in Thailandia (6 giorni), a Singapore (7 giorni), in Canada e in Giappone (10 giorni) e in Israele (11 giorni). I giorni festivi possono far salire il totale complessivo fino a 30 giorni in Giappone, 21 in Israele, 19 in Canada e in Thailandia, 13 in Messico. Le Filippine e Singapore non beneficiano di alcun «bonus per i giorni festivi».

Paesi senza tutele legali sulle ferie

Cosa accade nei Paesi in cui le ferie dei lavoratori dipendenti non sono regolamentate dalla legge? È il caso degli Stati Uniti: a livello federale, le aziende non sono obbligate a concedere ferie ai propri dipendenti, né retribuite né non retribuite. La questione viene quindi definita nel rapporto tra azienda e lavoratore, anche se singoli Stati possono prevedere disposizioni specifiche.

Gli studi sui benefici delle ferie sono ormai numerosi, e la crescente attenzione alla salute mentale sul lavoro rafforza ulteriormente il dibattito sulle ferie retribuite. Negli Stati Uniti, il numero di giorni concessi varia in base all'azienda e all'anzianità del lavoratore: in genere, le imprese offrono tra 10 e 15 giorni di ferie all'anno, con aumenti legati soprattutto agli anni di servizio. E le ferie illimitate? Se ne parla soprattutto nel settore tech. Introdotta già nei primi anni 2000, la rivoluzione delle ferie illimitate continua a far discutere, ma siamo ancora lontani da una vera cultura delle ferie senza limiti: nel 2025, questa pratica riguardava appena il 7% delle aziende americane.

La cultura delle ferie all'estero: cosa succede davvero

TraÌýquello che prevede la legge e ciò che accade nella pratica, la distanza può essere notevole. È il caso delle ferie retribuite. Per gli espatriati, il modo in cui vengono vissute può trasformarsi in un vero choc culturale. Ma i lavoratori le prendono davvero? Anche quando la legge o il contratto di lavoro lo consentono, molti esitano. Questa esitazione dipende spesso dal contesto del Paese di espatrio: cosa fanno i colleghi? E qual è, concretamente, la cultura delle ferie in quel Paese?

Il caso degli Stati Uniti

Negli Stati Uniti è frequente non fruire della totalità delle ferie che spettano. La cultura del lavoro lo impone: bisogna essere sempre pronti, dimostrare di essere dei gran lavoratori. L'introduzione dell'intelligenza artificiale ha aggiunto ulteriore pressione: per paura di essere sostituiti, un numero crescente di dipendenti rinuncia alle ferie. Alla fine del 2025, il sito di ricerca lavoro Flexjobs ha pubblicato uno condotto su 3.000 lavoratori dipendenti americani. Un quarto di loro ha dichiarato di non aver preso nemmeno un giorno di ferie nel 2024. Il 42% si è accontentato di un solo giorno, pur avendo diritto a 10. Il 25% ha riferito che il proprio manager li ha dissuasi dal prendere un'intera settimana.

Tutt'altro che una soluzione miracolosa, le ferie illimitate rischiano in realtà di aggiungere ulteriore pressione. Si stima che i dipendenti che ne beneficiano prendano in media 16 giorni di ferie all'anno: poco più della media americana, ma ben lontano dagli standard europei. Secondo molti lavoratori, le ferie illimitate comportano una responsabilità in più: nessuno si sente davvero libero di prenderne senza limiti, perché entrano in gioco i colleghi, l'azienda e il proprio ruolo al suo interno. Il risultato è che le ferie si usano poco. Secondo diversi analisti, le ferie illimitate servono soprattutto a rendere l'azienda più attraente agli occhi dei candidati.

Il caso del Canada

Il quadro federale fissa 10 giorni di ferie all'anno, ma le regole sull'occupazione in Canada e la prassi in materia di ferie possono variare da una provincia all'altra e da un'azienda all'altra. Ogni territorio o provincia è libero di legiferare in merito. La legge della provincia dell', ad esempio, stabilisce che i datori di lavoro hanno l'obbligo di concedere ferie annuali alla maggior parte dei propri dipendenti, in base all'anzianità. Lo stesso principio vale nel , dove le ferie vengono calcolate in funzione dell'anzianità. Le province concedono generalmente due settimane di ferie retribuite dopo un anno di attività presso la stessa azienda, e 3 settimane dopo 5 anni di lavoro. Il Saskatchewan è più generoso per il primo anno (3 settimane di ferie dopo un anno), salvo poi allinearsi sulle 4 settimane dopo 10 anni nella stessa azienda.

Il principio delle ferie annuali commisurate all'anzianità è presente anche nel testo federale che definisce le dei lavoratori dipendenti di aziende soggette alla (banche, trasporto aereo, agricoltura, poste, telecomunicazioni, pubblica amministrazione ). Gli accordi aziendali possono inoltre regolamentare la fruizione delle ferie. Un'azienda è quindi libera di offrire più ferie retribuite di quante ne preveda la legge provinciale. Queste ferie aggiuntive possono assumere la forma di veri e propri bonus, la cui entità dipende spesso dalla posizione ricoperta: più il ruolo è elevato, maggiore è la probabilità di disporre di un numero consistente di giorni di ferie. Alcune aziende utilizzano proprio questa leva per attrarre talenti locali e stranieri. Attenzione, però: il numero totale di giorni rimane entro proporzioni accettabili per la cultura canadese. Raggiungere gli standard dei paesi europei è fuori questione.

Lavorare all'estero: conviene prendere tutte le ferie?

È una questione spinosa per molti espatriati, soprattutto per chi proviene da paesi generosi in materia di ferie. Passare da 4 settimane di ferie retribuite all'anno a 6 giorni rappresenta un sacrificio non indifferente. L'altra difficoltà risiede nella fruizione stessa delle ferie: la cultura del lavoro varia da paese a paese, e prendere tutti i giorni che spettano non è sempre visto di buon occhio, fermo restando che molto dipende anche dalla cultura interna all'azienda. Il cerchio sembra stringersi ulteriormente quando si constata che i paesi con poche ferie sono anche quelli in cui la cultura dell'essere sempre disponibili è più radicata: sempre pronti a lavorare, sempre pronti a rinunciare a qualche giorno di riposo.

Come orientarsi? Prima di tutto è bene ricordare che la legge del paese straniero, o la legge provinciale o gli accordi aziendali, può obbligare il lavoratore a fruire delle ferie entro l'anno. Esiste spesso un periodo predeterminato, detto periodo di riferimento, entro cui le ferie devono essere godute. Se non vengono fruite, decadono. Le ferie non sono sempre riportabili all'anno successivo: meglio informarsi prima di pensare di accumularle.

Le ferie non godute possono essere rimborsate?

Il principio di fondo rimane il seguente: le ferie devono essere fruite nel periodo di riferimento definito dalla legge o da qualsiasi altro testo con valore di regolamento. Esistono tuttavia alcuni casi in cui è previsto il pagamento delle ferie non godute.

Fine del contratto

L'espatriato che termina il proprio contratto senza aver potuto fruire delle ferie riceverà, nell'indennità di fine rapporto, il pagamento dei giorni di ferie non goduti.

Ferie non godute per causa del datore di lavoro

Il dipendente che ha regolarmente richiesto le ferie senza mai ottenere l'approvazione del datore di lavoro può chiedere il pagamento dei giorni non goduti (indennità sostitutiva delle ferie retribuite). La richiesta va presentata di norma all'ufficio paghe dell'azienda e deve essere adeguatamente documentata. Spetta all'espatriato dimostrare che l'azienda non gli ha consentito di fruire delle ferie.

Disposizioni previste dal contratto collettivo o dal contratto di lavoro

È possibile che il datore di lavoro preveda il pagamento dei giorni di ferie non goduti, ad esempio in caso di picco di attività che rende impossibile assentarsi. L'indennità sostitutiva delle ferie retribuite può figurare anche nel contratto collettivo applicabile al lavoratore. Negli Stati Uniti, alcune aziende prevedono il pagamento delle ferie non godute, ma non si tratta di una prassi diffusa a livello nazionale: tutto dipende dall'azienda.

Imparare l'arte della disconnessione

Un altro consiglio utile è quello di osservare i colleghi e raccogliere informazioni. Prendono tutti le ferie? Tendono aÌýdisconnettersi completamente durante le vacanze, oppure controllano le e-mail ogni tanto? Molti paesi hanno adottato leggi sul diritto alla disconnessione, ma nella pratica staccare la spina resta difficile. Secondo uno studio del 2024 condotto dalla società tedesca Bilendi per il gruppo di marketing Königsteiner, quasi il 50% dei lavoratori dipendenti tedeschi ammetteva di lavorare un po' durante le ferie. Eppure, l'88% di loro riteneva che quel lavoro gratuito non avrebbe portato ad alcuna promozione. Questa difficoltà a disconnettersi riguarda in particolar modo i ruoli con responsabilità di gestione. Negli Stati Uniti si consiglia di tenere d'occhio le e-mail anche in vacanza. In Giappone, meno del 20% dei lavoratori ha fruito della totalità delle ferie retribuite nel 2023.

E se prendere le ferie diventasse una forma di resistenza contro una certa cultura del lavoro? Con la crescente attenzione al benessere nel mercato internazionale del lavoro, sempre più giovani professionisti osano rivendicare i propri diritti. Forse una rivoluzione silenziosa è già in corso.

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Wed, 20 May 2026 10:08:00 +0200 /it/expat-mag/12689-perche-prendere-le-ferie-e-difficile-in-alcuni-paesi.html /it/expat-mag/12689-perche-prendere-le-ferie-e-difficile-in-alcuni-paesi.html
Perché il pensionamento all'estero è sempre più diffuso Per decenni, l'idea tradizionale di pensionamento è stata piuttosto lineare: si lavorava fino a una certa età e poi ci si fermava. Si dava per scontato che una pensione aziendale, statale o privata, magari accompagnata da qualche risparmio, bastasse a garantire un tenore di vita dignitoso. Per molti, però, la realtà del pensionamento oggi è diventata molto più complessa.

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Per decenni, l'idea tradizionale di pensionamento è stata piuttosto lineare: si lavorava fino a una certa età e poi ci si fermava. Si dava per scontato che una pensione aziendale, statale o privata, magari accompagnata da qualche risparmio, bastasse a garantire un tenore di vita dignitoso. Per molti, però, la realtà del pensionamento oggi è diventata molto più complessa.

Il quadro globale

In molte parti del mondo le persone vivono più a lungo, trascorrendo spesso dai 20 ai 30 anni in pensione: un dato che sta mettendo a dura prova i sistemi previdenziali. L'aumento del costo della vita e la crescente facilità di spostarsi da un Paese all'altro stanno inoltre trasformando il modo in cui le persone immaginano il proprio futuro pensionistico. Quella che un tempo era una fase della vita circoscritta a un unico luogo sta diventando sempre più flessibile.

Un rapporto della compagnia assicurativa canadese Manulife () rileva un'ansia crescente tra i lavoratori. Secondo questo sondaggio del 2025, condotto su oltre 2.000 tra lavoratori e pensionati, il 42% degli occupati dichiara la paura di non riuscire a coprire le spese di base dopo la pensione, il 43% è preoccupato per i costi sanitari e il 48% ammette di essere in ritardo con i versamenti previdenziali.

Queste preoccupazioni riguardano tutte le generazioni. La Generazione X guarda con apprensione a una pensione ormai sempre più vicina, mentre Millennial e Generazione Z fanno i conti con dubbi altrettanto profondi: alcuni temono di non potersi mai permettere di smettere di lavorare. C'è chi pensa di restare attivo nel mercato del lavoro finché un serio problema di salute non lo costringerà a fermarsi. Per i più giovani, l'aumento del costo della vita rischia di trasformare la pensione in un traguardo irraggiungibile, indipendentemente dalla loro capacità di risparmio.

Dietro queste ansie si celano pressioni economiche più ampie. In alcuni Paesi i salari non hanno tenuto il passo con l'inflazione, i costi abitativi continuano a salire e i fondi pensione tradizionali, un tempo finanziati dalle aziende, stanno scaricando una responsabilità sempre maggiore sui singoli individui.

Di fronte a queste sfide, un numero crescente di persone si sta rendendo conto che andare in pensione all'estero può offrire quel futuro sereno e sicuro che non ritiene più possibile nel proprio Paese d'origine.

Anche alcuni governi si stanno attivando per attrarre pensionati stranieri, consapevoli dei benefici che possono portare: redditi stabili nel lungo periodo e una spesa locale capace di sostenere l'economia del territorio.

Secondo il Global Rescue Traveler Sentiment and Safety Survey 2026, una persona su tre tra gli intervistati prende in considerazione l'idea di andare in pensione all'estero. Si tratta di una tendenza più ampia, documentata nel Global Retirement Report 2026, che rivela come il 61% dei programmi di residenza analizzati preveda requisiti di reddito contenuti.

I dati suggeriscono che trasferirsi all'estero al termine della vita lavorativa non è più un privilegio riservato ai più abbienti, ma un'opzione concreta e accessibile anche per chi ha redditi nella media. Il trasferimento si sta così affermando come una scelta possibile e sensata, a prescindere dalle motivazioni.

Fare fruttare meglio il proprio denaro

L'interesse per la pensione all'estero nasce spesso quando, nel Paese d'origine, i conti iniziano a non tornare più. Trasferirsi in un luogo con un costo della vita più basso permette di dare più valore al proprio reddito e ai propri risparmi. Un budget che in una grande città come Madrid o Londra sarebbe appena sufficiente può garantire uno stile di vita molto più confortevole in alcune zone del Sud-Est asiatico, dell'America Centrale o dell'Europa meridionale.

A titolo di esempio, secondo la piattaforma Numbeo, che raccoglie dati sul costo della vita forniti dagli utenti, le spese mensili stimate per una persona che vive a Londra (escluso l'affitto) ammontano a 1.102,4 sterline (circa 1.375 dollari statunitensi) a maggio 2026. A Bangkok, capitale della Thailandia, la stessa cifra scende a 693 dollari al mese.

La pressione finanziaria non riguarda solo la spesa quotidiana. Stando al rapporto Manulife, il 43% delle persone è preoccupato per i costi sanitari. In molti casi, trasferirsi all'estero consente di accedere a un'assistenza sanitaria privata di qualità elevata, spesso a costi inferiori rispetto a quelli di alcune delle principali economie occidentali.

Colmare il divario previdenziale

Andare in pensione all'estero per ragioni economiche non significa solo spendere meno, ma anche riuscire a conservare una parte maggiore del proprio reddito. Oltre a un costo della vita più basso, alcuni Paesi offrono agevolazioni fiscali pensate proprio per attrarre pensionati stranieri. È il caso della Grecia, che applica un'aliquota fissa del 7% sui redditi pensionistici esteri per un massimo di 15 anni ai nuovi residenti in possesso dei requisiti richiesti, e di Cipro, dove è prevista un'aliquota del 5% sulle pensioni superiori a circa 3.400 euro annui, con una soglia di esenzione fiscale personale innalzata a circa 22.000 eur

Destinazioni che accolgono attivamente i pensionati

Il crescente interesse per la pensione all'estero ha favorito importanti cambiamenti normativi. Numerosi Paesi in Europa, America Latina e in alcune zone dell'Asia hanno elaborato regimi di visto e incentivi fiscali pensati per attrarre i pensionati stranieri, vedendo in loro una fonte di reddito stabile e continuativo a sostegno delle economie locali, senza che questo generi pressioni sul mercato del lavoro.

Tutto ciò rende questi Paesi sempre più accessibili, soprattutto per chi ha una pensione modesta e cerca soglie di reddito non troppo elevate per ottenere la residenza.

Un esempio è Mauritius, che sta attirando un numero crescente di pensionati svizzeri e francesi, tra gli altri. Il governo dell'isola l'ha trasformata in una meta privilegiata per i pensionati europei, offrendo un permesso di residenza decennale a chi ha almeno 50 anni, a condizione di trasferire 2.000 dollari statunitensi al mese su un conto corrente locale. Per molti cittadini occidentali, la combinazione di pensione pubblica e privata è sufficiente a raggiungere questa soglia.

Altri Paesi offrono condizioni ancora più vantaggiose.ÌýIl Visa Pensionado di Panama richiede una pensione mensile vitalizia di almeno 1.000 dollari, mentre in Portogallo il visto D7 resta una delle opzioni più richieste. Il reddito minimo richiesto, applicabile a entrate passive come pensioni, affitti e investimenti, è legato al salario minimo mensile locale, che nel 2026 si aggira intorno ai 920 euro, pari a circa 1.000 dollari.

Costruire il proprio futuro

Andare in pensione all'estero non è più solo una scelta di stile di vita: sempre più spesso sta diventando una necessità economica concreta. Trasferirsi oltreconfine può aiutare a riprendere il controllo di un futuro finanziario che, per molti, appare incerto. Quella che rischia di diventare una crisi personale può così trasformarsi in un'opportunità: vivere nuove esperienze, godere di un tenore di vita più alto e ritrovare la serenità che nasce da una maggiore stabilità economica.

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Tue, 19 May 2026 14:00:00 +0200 /it/expat-mag/12687-perche-sempre-piu-persone-scelgono-di-andare-in-pensione-allestero.html /it/expat-mag/12687-perche-sempre-piu-persone-scelgono-di-andare-in-pensione-allestero.html
Fatturazione elettronica in Francia: quali imprese sono coinvolte? La fatturazione elettronica (e l'e-reporting) era finora su base volontaria. A partire dal 1° settembre 2026 diventerà obbligatoria: gli imprenditori dovranno emettere e ricevere fatture elettroniche. Chi è interessato?

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La fatturazione elettronica (e l'e-reporting) era finora su base volontaria. A partire dal 1° settembre 2026 diventerà obbligatoria: gli imprenditori dovranno emettere e ricevere fatture elettroniche. Chi è interessato?

La riforma in sintesi

Inizialmente prevista solo per transazioni con gli enti pubblici, la fatturazione elettronica si estende ora anche ai rapporti tra imprese private. A partire dal 1° settembre 2026, gli imprenditori saranno tenuti a emettere fatture elettroniche e a riceverle nello stesso formato. Dovranno inoltre trasmettere all'amministrazione fiscale francese i dati relativi alle proprie transazioni commerciali e ai pagamenti.

Chi è interessato dalla fatturazione elettronica?

Secondo il Ministero dell'Economia francese, la fatturazione elettronica riguarda «tutte le imprese indipendenti e le libere professioni soggette all'imposta sul valore aggiunto (IVA) [...], indipendentemente dalle loro dimensioni, dal fatturato realizzato, dalla forma giuridica o dal regime fiscale adottato». Il regime fiscale dell'impresa è quindi un elemento determinante ai fini dell'applicazione dell'obbligo.

Gli imprenditori francesi residenti all'estero sono soggetti alla fatturazione elettronica?

L'imprenditore che ha registrato la propria attività in Francia è tenuto ad adottare la fatturazione elettronica qualora eserciti attività soggette all'IVA francese. Lo stesso obbligo si applica nel caso in cui l'impresa sia registrata all'estero, ma effettui operazioni soggette all'IVA in Francia.

Gli imprenditori stranieri operanti in Francia dovranno adottare la fatturazione elettronica?

Sì. Gli imprenditori stranieri la cui impresa è registrata in Francia e che realizzano operazioni soggette all'IVA sono tenuti ad adottare la fatturazione elettronica.

Le microimprese sono esonerate dalla fatturazione elettronica?

La risposta potrebbe sembrare affermativa: come ricorda il portale istituzionale , i titolari di microimpresa sono in linea di principio esonerati dall'IVA, salvo il caso in cui il loro fatturato superi i 37.500 euro annui (attività di servizi) o gli 85.000 euro annui (commercio, ristorazione, «alloggi non ammobiliati»), oppure qualora realizzino operazioni intracomunitarie.

Il Ministero dell'Economia precisa tuttavia che le microimprese, pur essendo esonerate dal versamento dell'IVA, restano formalmente soggetti passivi IVA. Sono quindi tenute a rispettare l'obbligo di fatturazione elettronica, sia in emissione che in ricezione. L'obbligo si estende anche alle imprese che abitualmente non emettono fatture: anch'esse dovranno ricevere in formato elettronico le fatture dei fornitori.

Come passare alla fatturazione elettronica?

Ogni imprenditore dovrà avvalersi di un operatore accreditato dallo Stato. Chi utilizza già un software certificatoÌýdi contabilità potrà continuare a farlo. In caso contrario, sarà necessario scegliere un operatore tra quelli presenti nella ufficiale messa a disposizione dal governo francese.

Link utile:

: nella sezione «domande principali» in fondo alla pagina è possibile accedere ai PDF esplicativi.

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Tue, 19 May 2026 10:00:00 +0200 /it/expat-mag/12673-fatturazione-elettronica-obbligatoria-per-le-imprese-in-francia-da-settembre-2026.html /it/expat-mag/12673-fatturazione-elettronica-obbligatoria-per-le-imprese-in-francia-da-settembre-2026.html
Candidatura spontanea all'estero: come farsi notare In inglese si chiamano "cold emails", mentre in italiano si parla più spesso di candidature spontanee. Si tratta di messaggi che arrivano senza essere stati richiesti, ma che possono rivelarsi un modo efficace per dimostrare motivazione e iniziativa. A fare la differenza, però, è il modo in cui ci si presenta e la capacità di contattare la persona giusta. Quali sono i Paesi più aperti alle candidature spontanee? E come si può attirare davvero l'attenzione di un'azienda straniera?

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In inglese si chiamano "cold emails", mentre in italiano si parla più spesso di candidature spontanee. Si tratta di messaggi che arrivano senza essere stati richiesti, ma che possono rivelarsi un modo efficace per dimostrare motivazione e iniziativa. A fare la differenza, però, è il modo in cui ci si presenta e la capacità di contattare la persona giusta. Quali sono i Paesi più aperti alle candidature spontanee? E come si può attirare davvero l'attenzione di un'azienda straniera?

Candidatura spontanea: in quali paesi si hanno più possibilità di assunzione?

Prima di inviare «cold email» a qualsiasi indirizzo di posta elettronica nel mondo, è indispensabile elaborare una strategia. Proprio come le risposte alle offerte di lavoro, le candidature spontanee hanno un obiettivo preciso. Non si tratta di inviare un messaggio per farsi conoscere all'estero, ma di verificare anzitutto che questa pratica sia usata nel paese di destinazione.

Una buona notizia per chi aspira all'espatrio: è molto difficile trovare un paese che vieti formalmente le candidature spontanee. Si tratta anzi di uno strumento prezioso, perché permette di presentarsi senza dover competere con altri candidati (non si risponde a un'offerta che è stata pubblicata). Gli aspetti fondamentali da tenere a mente sono due:

  • L'email non deve finire nella cartella spam del destinatario.
  • L'email deve rispettare la struttura CV/lettera di presentazione in uso nel paese di riferimento.

La candidatura spontanea arriverà davvero al destinatario?

Con la proliferazione delle truffe online, i filtri anti-spam sono sempre più sofisticati. L'obiettivo non è certo truffare nessuno, ma attirare l'attenzione del recruiter. Francia, Svizzera, Germania, Stati Uniti, Canada, Giappone e Singapore figurano tra i paesi in cui le cold email hanno buone probabilità di raggiungere il destinatario, a patto di rispettare la normativa locale.

Per aumentare le possibilità di successo, è fondamentale che l'email non assomigli a un messaggio spam. A differenza dello spam, deve essere personalizzata. Per superare i filtri anti-spam occorre:

  • Utilizzare un indirizzo email «umano» (nome e cognome).
  • Evitare un uso eccessivo di lettere maiuscole e punti esclamativi, tipico del linguaggio commerciale.
  • Scrivere un oggetto sobrio e pertinente.
  • Evitare l'inserimento di numerose immagini, link cliccabili o allegati di grandi dimensioni (accortezze utili anche per una normale risposta a un'offerta di lavoro).
  • Evitare termini associati al lessico dello spam: alcune parole sono classificate come tali dai filtri, per impostazione predefinita.
  • Testare il messaggio con strumenti online (come Mail Tester) per verificare che superi i filtri nel paese prescelto.

Candidatura spontanea all'estero: a chi inviarla?

Più che chiedersi «In quale paese posso inviare la mia candidatura spontanea?», la domanda giusta è: «A chi inviarla?». Le opzioni disponibili sono diverse:

  • Cercare l'indirizzo email di un responsabile sul sito dell'azienda.
  • Effettuare la stessa ricerca sui social network professionali.
  • Fare leva sulla propria rete di contatti personali.
  • Sfruttare la rete interna dell'azienda in cui si lavora attualmente.
  • Contattare telefonicamente l'azienda di interesse per raccogliere le informazioni necessarie.
  • Frequentare reti professionali internazionali, come associazioni di imprenditori e professionisti.

Le prime cinque opzioni sono le più accessibili: sono gratuite (l'unico costo è la connessione a internet) e disponibili ovunque. La difficoltà sta nel riuscire a individuare un contatto davvero utile, ed è per questo che costruire e coltivare la propria rete professionale è essenziale. Chi lavora e desidera crescere in una filiale estera dovrebbe iniziare a cercare buoni contatti all'interno della propria azienda: sarà certamente più semplice risalire ai nomi e ai recapiti dei responsabili in sede estera.

È ovviamente possibile inviare la candidatura all'indirizzo email generico «contatti» dell'azienda, ma non c'è alcuna garanzia che il messaggio raggiunga un responsabile. Per massimizzare le probabilità di successo, vale la pena dedicare il tempo necessario a scegliere con cura il destinatario.

E la candidatura spontanea cartacea?

Chi vuole distinguersi può puntare sulla carta stampata nell'era del «tutto digitale»: è la soluzione migliore per aggirare sia i filtri anti-spam sia i filtri basati sull'intelligenza artificiale. Attenzione però: è indispensabile essere certi di avere il nome completo e l'indirizzo preciso della persona da contattare. Non si deve mai inviare una lettera all'azienda senza indicare il nome esatto del destinatario. Optando per il formato cartaceo, si stamperà il proprio CV (salvo indicazioni contrarie, come nel caso del CV giapponese, da compilare a mano) e si scriverà la lettera di presentazione a mano.

Candidatura spontanea e cultura del paese straniero

Potrebbe sembrare che, trattandosi di una candidatura spontanea, ognuno sia libero di agire come meglio crede. In realtà, anche se l'iniziativa è spontanea (non si risponde a un'offerta pubblicata, ma ci si propone di propria iniziativa), la forma e il contenuto della candidatura devono rispettare le norme in uso nel paese di espatrio.

Non esiste un modello unico di CV internazionale: ogni paese (e, più precisamente, ogni azienda) richiede un curriculum e una lettera di presentazione pensati su misura.

Il CV francese, ad esempio, si sviluppa spesso su una sola pagina (salvo in caso di una carriera lunga) e riporta nome, cognome ed età, con o senza foto. Al contrario, il CV britannico esclude questi dati personali per limitare le discriminazioni: la foto è espressamente sconsigliata. La stessa impostazione vale per il CV americano, che non prevede né foto né informazioni personali. Il CV giapponese, invece, richiede obbligatoriamente la foto e si presenta come un modulo da compilare, generalmente su due pagine. Anche il CV tedesco si estende su due pagine ed è caratterizzato da uno stile sobrio e dettagliato.

Le stesse attenzioni vanno riservate alla redazione della lettera di presentazione, che si tratti del corpo del messaggio o di un allegato (la versione allegata è in genere più lunga). È fondamentale evitare traduzioni letterali o automatiche e rispettare la lingua d'uso nel paese di espatrio. Anche chi padroneggia già la lingua straniera deve verificare che il significato dei termini utilizzati sia quello corretto nel contesto locale: esistono, ad esempio, diverse varianti dell'inglese e del francese, e il significato di alcune parole può cambiare da un paese all'altro.

Carriera internazionale: conviene puntare sulla candidatura spontanea?

La candatura spontanea divide:Ìýc'è chi la considera uno strumento efficace e chi, invece, la vede come una perdita di tempo. Tra le critiche più frequenti c'è proprio l'impegno richiesto. Preparare una candidatura spontanea all'esteroÌýrichiede cura, ancora di più quando ci si rivolge a un'azienda estera, dove entrano in gioco anche differenze culturali e aspettative diverse. Il rischio, secondo chi la sconsiglia, è investire molte energie per ottenere pochi risultati. Chi la difende, però, ricorda che non si tratta di inviare un messaggio nel vuoto. Molte posizioni non vengono mai pubblicate sul mercato del lavoro internazionale, e candidarsi spontaneamente può aiutare a intercettare opportunità che non emergerebbero aspettando solo gli annunci ufficiali. Inoltre, proporsi a un'azienda specifica per un ruolo preciso dimostra un interesse concreto, senza attendere che sia l'azienda stessa a pubblicare un'offerta.

Inviare una candidatura spontanea è quindi un modo per mettere in luce motivazione, interesse e competenze: è già una prima forma di presentazione all'azienda straniera. L'obiettivo della cold email non è necessariamente ottenere subito un posto di lavoro, anche perché non è detto che l'azienda stia assumendo in quel momento, ma stabilire un contatto con una persona che possa ricordarsi del profilo e, eventualmente, aprire la strada a un colloquio. In questo caso non si dispone di un annuncio né di requisiti espliciti su cui fare leva, ed è per questo che la cura della presentazione diventa determinante. Una candidatura spontanea riuscita potrebbe non tradursi subito in un impiego all'estero, ma può creare un contatto prezioso all'interno dell'azienda desiderata. Le possibilità di essere ricontattati in futuro, per lavorare finalmente all'estero, non sono affatto trascurabili.

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Mon, 18 May 2026 14:00:00 +0200 /it/expat-mag/12688-trovare-lavoro-allestero-con-le-candidature-spontanee.html /it/expat-mag/12688-trovare-lavoro-allestero-con-le-candidature-spontanee.html
Il Golden Visa emiratino semplificato per attrarre investitori e imprenditori Nuovo aggiornamento del Golden Visa emiratino. La riforma mira a consolidare ulteriormente gli Emirati Arabi Uniti (EAU) come destinazione privilegiata per investitori e imprenditori stranieri.

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Nuovo aggiornamento del Golden Visa emiratino. La riforma mira a consolidare ulteriormente gli Emirati Arabi Uniti (EAU) come destinazione privilegiata per investitori e imprenditori stranieri.

Gli EAU aggiornano il loro Golden Visa

L'aggiornamento riguarda il portale dedicato al : più accessibile e intuitiva, la piattaforma è stata riprogettata per rispondere meglio alle esigenze dei candidati stranieri e semplificare le pratiche. Le novità vanno a beneficio soprattutto di chi avvia startup e delle piccole e medie imprese (PMI): iter di candidatura accelerato, programmi di investimento dedicati e molto altro.

Gli EAU rafforzano il sostegno alle PMI

Gli Emirati Arabi Uniti (EAU) puntano sulle PMI per accelerare ulteriormente la propria crescita economica. Il ministro dello Sport, il dottor Ahmad bin Abdullah Belhoul Al Falasi, ha sfruttato l'occasione del forum che ha riunito una larga rappresentanza di PMI per ribadire la strategia del governo a sostegno della nascita e, soprattutto, della continuità delle imprese nazionali. Il messaggio del ministro, anche presidente del , punta a rassicurare, in un momento in cui alcune voci parlano di un disimpegno dello Stato in un contesto di tensioni economiche.

Il Fondo di crescita degli Emirati consente alle PMI di ottenere investimenti a lungo termine per svilupparsi con maggiore solidità e far fronte alle pressioni esterne. Le PMI partecipano con una quota compresa tra il 20 e il 49Ìý%. I settori di investimento prioritari restano quelli caratterizzati da carenze strutturali (sanità, edilizia) e i comparti ad alto tasso di innovazione (tecnologie avanzate).

Link utile:

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Fri, 15 May 2026 10:00:00 +0200 /it/expat-mag/12668-emirati-riforma-del-golden-visa-per-attrarre-investitori-stranieri.html /it/expat-mag/12668-emirati-riforma-del-golden-visa-per-attrarre-investitori-stranieri.html
Dubai elimina la soglia minima per il visto immobiliare Nuova strategia dell'emirato di Dubai per continuare ad attrarre ricchi espatriati. D'ora in poi, non è più necessario un investimento minimo per ottenere un visto di residenza di due anni.

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Nuova strategia dell'emirato di Dubai per continuare ad attrarre ricchi espatriati. D'ora in poi, non è più necessario un investimento minimo per ottenere un visto di residenza di due anni.

È una piccola rivoluzione nel mondo degli investitori stranieri. Il annuncia una semplificazione delle condizioni di accesso al visto immobiliare. In precedenza, i proprietari dovevano investire almeno 750.000 dirham (circa 204.188 dollari) per ottenere un visto di residenza biennale. La soglia è stata eliminata: l'espatriato può ora richiedere il visto indipendentemente dall'importo investito in immobili, a condizione che la proprietà risulti registrata presso gli enti competenti. I comproprietari, invece, devono ancora investire almeno 400.000 dirham (circa 109.900 dollari) per poter accedere al visto.

L'obiettivo principale di questo allentamento è duplice: consolidare Dubai come destinazione di riferimento per gli espatriati e attrarre un numero sempre maggiore di stranieri facoltosi, ma non solo. L'eliminazione della soglia dei 750.000 dirham mira infatti ad aprire le porte anche agli espatriati con redditi più modesti. La concorrenza si fa sempre più serrata con altri Paesi che propongono programmi di residenza tramite investimento immobiliare sempre più competitivi. Il visto di residenza di Dubai è rinnovabile e consente all'espatriato di portare con sé i familiari.


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Thu, 14 May 2026 10:00:00 +0200 /it/expat-mag/12652-dubai-semplifica-il-visto-di-residenza-per-investimento-immobiliare.html /it/expat-mag/12652-dubai-semplifica-il-visto-di-residenza-per-investimento-immobiliare.html